martedì 12 gennaio 2016

Intervista alla Maestra Ye Ye



 Ci parli del suo rapporto con le arti marziali, come e quando ha conosciuto il KungFu? 
La mia affinità con le arti marziali inizia ben più in là dell’anno della mia nascita.
Mio padre, infatti, data la sua situazione familiare, aveva iniziato fin da piccolo a lavorare come acrobata presso un teatro tradizionale durante gli spettacoli del “viaggio verso Occidente”. Interpretando il ruolo di Sun WuKong conobbe così il Kung Fu, e si avvicinò allo Shuai Jiao (un’arte marziale che impropriamente è assimilabile alla lotta greco-romana) praticando con il suo Maestro (un tempo guardia del corpo di Jiang Jieshi, più conosciuto come Chiang Kai-Shek) e altri tre studenti. Come da tradizione divennero una famiglia, con l’obbligo di tramandare quello stile solo ai membri e ai discendenti interni della propria scuola.
Quindi, mio padre si allenava ogni giorno con lo stesso rituale: un primo riscaldamento, allenamento muscolare…poi si chiudeva nella stanza, cacciava via tutti e iniziava a praticare. Fin da piccola perciò ho respirato aria di Kung Fu, senza però mai vedere con i miei occhi cosa realmente avvenisse una volta chiuse quelle porte.
 Quindi ha iniziato a praticare le arti marziali con suo padre? 
Sa, nonostante romanzi e libri epici siano pieni di donne guerriere ed eroine marziali, storicamente parlando, davvero poche donne hanno studiato e praticato seriamente il Kung Fu, questo almeno nella società tradizionale cinese. Le arti marziali (non il WuShu moderno), proprio perché marziali, erano prerogativa degli uomini e le donne non avevano accesso a questo tipo di studi, o meglio, non erano interessate perché il loro status richiedeva altro.
Mio padre era nato e cresciuto in questa tradizione, perciò (oltre a non far trapelare la sua pratica) mi vietava assolutamente di vedere e/o “copiare” quel che faceva come praticante, in quanto io ero una “signorina per bene”.
Come da tradizione cinese infatti so suonare uno strumento, giocare a scacchi, ricamare, dipingere, “calligrafare” (Shu Fa)… ogni tipo di attività richiesta ad una ragazza di buona famiglia; ma ero affascinata da quel mondo alla “Bruce Lee”, guardavo ogni tipo di film, mi facevo raccontare ogni tipo di storia sui miti del Kung Fu…eppure non chiesi mai a mio padre di insegnarmi. La mia era un’affinità platonica.

Insomma la sua pratica è iniziata molto più in là, nonostante la sua affinità e la sua tradizione familiare nell’ambito del Kung Fu… 
Esatto. Sarebbe una storia lunga, ma riassumendo, tempo dopo ci siamo trasferiti in Italia…mio padre se n’è andato nel 2000, e con lui la sua pratica. Da lui non potevo imparare più niente purtroppo; ma la mia affinità è cambiata e si è evoluta in qualcosa di più concreto. Incontrai il Bagua Zhang, mi interessò molto e iniziai a praticarlo. Ho imparato realmente il Kung Fu in una terra “straniera” insomma.

Perché ha scelto questo stile e quanti altri stili ha praticato, oltre al Bagua Zhang? 
La mia scelta è stata all’inizio casuale, avevo degli amici italiani che praticavano questo stile e semplicemente mi coinvolsero in una lezione. Mi è piaciuto il “concept” dello stile in sé, il fatto che fosse un NeiJia Quan, che lavorasse su forze, direzioni e vettori…molto scientifico e preciso, niente a che vedere con teorie energetiche o “new age” che a me non sono mai piaciute. Per il resto, ho allenato e alleno tutt’ora un solo stile, perché seguo la tradizione della mia famiglia e di mio padre che ha approfondito e allenato un solo stile.

 Non ha mai pensato di imparare lo stile della sua famiglia? 
Della famiglia marziale di mio padre (ovvero il suo Maestro con i suoi allievi diretti) mi rimane solo uno zio (fratello minore di pratica), che ho incontrato diverse volte, ma siamo rimasti d’accordo che non avrei chiesto né lui mi avrebbe insegnato, per diversi motivi. Primo, lo stile praticato nella mia famiglia è molto duro; secondo, per mio zio è più consono che l’erede degli insegnamenti sia mio marito, a tutti gli effetti membro interno e quindi allievo (ricordo che non abbiamo mai insegnato al di fuori); infine la lontananza e le problematiche che ne seguivano.

Torniamo a Lei: come si svolge il suo allenamento? 
Mi alleno come faceva mio padre: bene e chiudendo le porte quando faccio sul serio. Cerco di allenarmi il più costantemente possibile e se non lo faccio col corpo, mi alleno “con la mente”. Parte del mio allenamento è poi diventato l’insegnamento. Quando faccio lezione, auto-imparo e mi auto-correggo, insegno e apprendo cercando di divulgare quel che so il più apertamente possibile per dare l’occasione a tutti di concretizzare una qualche affinità che ritengono assopita.

Cos’è per lei la pratica delle arti marziali 
Praticare il Kung Fu è un percorrere la strada dei propri avi, introdursi nel filone storico degli eroi, camminare fianco a fianco con i miti e le tradizioni. La mia affinità si è trasformata quasi in un obbligo morale nei confronti della mia cultura: una cultura millenaria che si sta disperdendo, che è oramai speculata, venduta per pochi o molti spicci da più o meno esperti del settore. Io, invece, sono un’artista marziale per affinità elettiva e continuo a praticare e a far conoscere il Kung Fu a chiunque sia interessato e disinteressato al tempo stesso, in memoria di mio padre e in memoria della tradizione.

 Ultima domanda, quella istituzionale: ci parli della Fiwuk, esperienza, progetti futuri ecc.
Fino ad ora ho sempre vissuto le arti marziali all’interno di una cerchia chiusa: la mia famiglia prima, poi la mia palestra. Entrare in Fiwuk quindi non solo è una novità, ma anche un’occasione per vivere un’esperienza di un respiro più grande. Ho incontrato persone interessanti e molto piacevoli, tutte unite “sotto la bandiera del Kung Fu” ma con proprie idee e storie. E’ stimolante e divertente.
Riguardo progetti futuri ed aspettative, credo che ognuno abbia in serbo qualcosa per contribuire alla crescita e alla preservazione del Kung Fu e del suo spirito, non vedo l’ora di sperimentare e vedere con i miei occhi.

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